Matteo Ongari
UNA COSA DIFFICILE

I.
«Che ti venga un accidente!» aveva sbraitato Giandomenico Mattei, detto Tiranno.
È vero, ho scrollato le spalle. Ma quante volte ci è capitato di litigare e magari sentirsi dire una frase così.
Avevo appena finito una discussione col mio vicino.
Stavo rientrando in casa con mia figlia Giada al fianco quando ho sentito il Mattei, da dietro la siepe, urlarmi alle spalle quelle testuali parole.
Un’espressione come tante altre, come mille altre imprecazioni che scappano durante un battibecco.
Ma io sono stato zitto e tranquillo.
Invece avrei potuto sconvolgerlo sul serio.
Ho scrollato le spalle, è vero. E mi sono pure messo a ridere, piano, senza che potesse sentire, senza provocarlo ancor più.
Ho guardato mia figlia e le ho sorriso, come niente fosse.
Sono incappato altre volte in discussioni del genere, non ultimo un alterco avuto sempre con Tiranno per un’altra rogna del vicinato. Le fogne.
Sì, perché non si sa come sia successo, l’impresa edile ha concepito le tubature fognarie di entrambe le case, la mia e la sua, come appartenessero a un unico fabbricato.
Invece non dovrebbero esserlo. E così, quando noi abbiamo guai con gli scarichi oppure vogliamo semplicemente pulire i condotti, devo andare per forza nel suo giardino a sgombrare le acque nere e i reflui.
Una cosa inaudita!
E lui, il mio caro Giandomenico con la sua mogliettina bombolone, ci gode pure quando ho le fognature intoppate e devo abbassarmi a chiedergli per piacere di farmele sgorgare tramite i suoi pozzetti, suoi perché sono sulla loro proprietà e non sulla nostra.
Maledetto muratore!
Comunque sia, quel giorno avevamo litigato a causa dell’altezza della barriera divisoria, a loro dire troppo alta.
Ma fa lo stesso, vi risparmio i dettagli. Vi dirò solo che mi aveva salutato con quel subdolo malaugurio.
Avrebbe potuto anche dirlo diversamente, che so, sparare un «che ti venga un colpo» oppure «che ti venga un canchero», magari «che ti venga il cagotto». Invece no, ha urlato proprio: «Che ti venga un accidente!»
Adesso, a sette giorni di distanza, sono sdraiato sul letto, all’ospedale. Incapace di muovere un solo muscolo del mio corpo, compresi occhi e bocca, ho la palpabile sensazione che la maledizione abbia attecchito.
È vero, avevo scrollato le spalle. Ma sembrava un epiteto come tanti, perché avrei dovuto dargli peso?
Adesso, sento solo freddo. Adesso che immagino di avere decine di fili colorati che s’intersecano sull’addome, sul cranio e sulle gambe spoglie, mi accorgo che forse qualcosa di soprannaturale in quella iattura c’era eccome.
Non parlo, comunque. Non mi muovo. Non posso vedere e respiro con l’aiuto di una macchina. Ho origliato una voce sconosciuta che parlava di «coma vigile». Giuro, avessi saputo che andava a finire in questo modo, la facevo accorciare di un metro abbondante quella dannata siepe verde e rossa – ché poi, neanche mi è mai piaciuta tanto alta così.