Bèh, una cosa la posso dire con certezza: non saremo mai buoni venditori!
Magari ognuno di noi sei (includo anche Claudio) sarà sicuramente bravo nel proprio mestiere, su questo non metto in dubbio. Ma prendo atto che in fatto di marketing siamo delle schiappe.
Su come scriviamo e sulla qualità dei nostri racconti lascerei giudicare il pubblico, ma quello di sabato non potrà farlo semplicemente per un triste dato statistico: libri venduti zero.
E’ una cosa sconsolante, in fondo, se ci si pensa. Ma non inusuale, anzi.
Un mio amico poeta dialettale mi raccontava, l’altra mattina a colazione, che all’ultima presentazione del suo libro in un comune del mantovano erano presenti sei persone, comprese le sue due sorelle con rispettivi consorti.
Ecco, da quel punto di vista ci possiamo consolare. Penso che, tra parenti, conoscenti e i ritardatari (almeno un gruppo variegato e poco propenso alla cultura, secondo me, tutt’al più al contenuto etilico dell’aperitivo) nel seminterrato del Galeter sabato ci saranno state una ventina di persone.
Di cui uno sicuramente competente, ma forse poco interessato agli esordienti.
L’appunto più umiliante, non so però da quale punto di vista, se nostro che in fondo ci siamo spiegati male o suo che ha avuto una bella faccia tosta, è stato il tentativo di un solitario barbone di volersi accaparrare il nostro libro di racconti con una questua, una offerta libera di beneficenza di due monete come s’usa fare alle feste dell’Unità oppure in chiesa per le candele.
Ecco, io mi sono sentito mortificato. Ma cosa è contata tutta la presentazione, il tappeto musicale, la disposizione finta casuale degli autori tra il pubblico, le letture, la performance a getto libero dei cinque esordienti sul palchetto nel perorare la causa della scrittura, della narrativa e della solidarietà, se poi nessuno dei presenti (esclusi parenti che hanno già avuto modo di leggere il libro) si è sentito in dovere o almeno interessato all’acquisto di un così grande capolavoro?
Una giustificazione ce l’abbiamo, anche nei confronti della biondina con coda di cavallo e scarpette rosse che, come un segugio in traccia nel bosco, era giunta lì per ascoltare il suo idolo: mancava la guest star, l’unico professionista del gruppo, il mentore. Davide Bregola.
Lui era la calamita attorno a cui doveva gravitare l’intera messa in scena, l’astro a cui noi, satelliti e pianeti che non brillano di luce propria ma veniamo illuminati dovevamo orbitare intorno.
Scritto ciò mi sento già più lusingato, anche se non vuol essere una scusante. Già il posto era di difficoltosa rintracciabilità. Non che fosse un brutto locale, tutto il contrario, ma un attimino fuori mano di sicuro. E lo dico io che abito in una frazione sperduta nel fondo della campagna dove sembra che ogni via debba tuffarsi nel Po.
Ma comunque, nel bene e nel male, il pubblico c’era. E noi eravamo molto disinvolti, tanto che ogni lettura, dal mio orecchio sobrio e malaticcio, è apparsa migliore di quella originale.
Insomma l’impegno c’è stato ed è stato massimo. E anche la voglia di fare bene, la ricerca dei dettagli, l’accordatura tra brani musicali e tempi di lettura. Insomma noi eravamo oliati a dovere, anzi, alcuni di noi erano già anche ebbri al punto giusto (io non sono astemio, ma ho dovuto rinunciare) e anche la discussione finale mi è sembrata piuttosto articolata.
Sono mancate due cose, fondamentalmente: una guida, almeno nel dettare i temi della discussione e, soprattutto, un contraddittorio serio con la platea, che fortunatamente aveva la nostra massima disponibilità al dialogo. Invece nulla, fili di parole anche divertenti, magari scelte con cura, su vari argomenti letterari, ma dall’altra parte dei tavolini nulla. Neanche un danno, se non quello della nostra narrativa che ci portiamo dietro come associazione e come stile di vita e di scrittura.
Il termine che mi sovviene è cani sciolti. Un branco di discreti oratori che però, senza il cane guida, si trova nel deserto di un pubblico poco attento, o poco interessato, o poco disponibile e non sa conquistarlo, renderlo partecipe del progetto. Soprattutto non sa fargli tirare fuori il portafoglio.
Mi dispiace che nemmeno il giornalista presente, un uomo competente che sembrava uscito (come moda) dagli anni 80, abbia avuto il merito o il coraggio di farci alcune domande. Magari serviva soltanto un gancio per poter invischiare anche altre persone nei discorsi, nella discussione che non era assolutamente su livelli elevati. Noi, comunque, il nostro dovere l’abbiamo fatto. E senza danni.