Sei (quasi) esordienti alle prese con il periodo più abusato dell’anno
Comincerei col sottolineare che questo dovrebbe essere uno scritto serio quindi, se a qualche lettore scapperà un sorriso, vorrà dire che avrò fallito nell’intento.
Detto ciò, partirei dal fondo, anzi dalla fine.
Non so gli altri debuttanti, ma la mattina dopo, quando alle sette è suonata la sveglia e dovevo accompagnare mia figlia a sciare, avevo la pessima sensazione di aver sognato tutta notte la stessa scena. Lo ho detto anche a mia moglie.
Ora mi si dirà che l’adrenalina a volte gioca brutti scherzi.
Io invece imputerei gran parte di quegli incubi a base di letture e scorci di libri fluttuanti nella mente alla putrescina, componente certo basilare dei fagioli che guarnivano le tagliatelle mangiate al ristorante. Si dice che tale sostanza abbia effetti allucinogeni, oltre al creare gas nell’apparato intestinale, favorendo così le spinte peristaltiche.
Probabilmente quella proteina, associata al Valpolicella ripasso, unita alla torta Elvezia (preparata con chissà quale additivi) ha dato adito alle mie paturnie nottambule.
Certo, una dose di colpa spetta al cameriere, ammalato di guardarobite acuta e fissato maniacalmente con ordinazioni in rigoroso senso orario. Lui e solo lui, con i suoi baffoni grigi e l’espressione burbera nei modi deve aver scosso involontariamente il mio inconscio.
In ultima analisi ho sognato tutta quanta la rappresentazione, dal primo istante fino agli applausi finali ripetuta come in un loop infinito, giri di parole e frasi che ad un certo punto sembravano risucchiarmi in un vortice senza uscita.
Quando Bregola ci ha chiesto per quale motivo abbiamo scelto di scrivere e se attualmente stiamo completando qualcosa di leggendario, che so, un romanzo che diventerà pietra miliare della letteratura o racconti sapidi e originali come nemmeno Buzzati o Fenoglio sapevano imbastire, ho pensato subito al povero Calzolari.
Intendiamoci, povero, non perché avesse febbre e abbassamento di voce nè perché ne disprezzi le caratteristiche intellettuali, tutt’altro; ma perché era l’ultimo della fila, il sesto elemento sul palco a dover rispondere ad una domanda così epocale. Fossi stato in lui avrei fatto scena muta, già sopraffatto dalle argute risposte degli altri cinque giovani (non in senso anagrafico beninteso- Bregola docet- ma giovani di pubblicazioni) in cerca di fortuna.
E lui, devo ammettere, se l’è cavata piuttosto bene, soprattutto svicolando il discorso.
Ecco, a quel punto la performance stava volgendo al termine e c’era rilassatezza. Non certo da parte mia comunque: ritrovatomi col microfono in mano mi sentivo peggio che all’esame di maturità. Si ok, non c’era un gran pubblico, ma per una persona non avvezza alla platea -per quanto risicata- in attesa di chissà quali rivelazioni o magari frasi prosaiche nemmeno tu fossi un Oscar Wilde qualunque a sfornare aforismi come bruscolini, è difficile tenere banco e non sparare frasi a casaccio sull’onda emotiva.
Chiudendo il preambolo – e siamo ancora nel campo insulso delle scusanti, nella galassia delle generalizzazioni – potremmo fare un piccolo sommario in forma soggettiva di come si è dipanata l’esibizione del celeberrimo “per natale non esco”.
La prima emozione ad arrivare è stata la paura.
Mi ritrovavo a Mantova, ad un’ora dalla presentazione ufficiale del libro, e non avevo mai provato nulla. Per mia sfortuna ero stato abbattuto dall’influenza proprio nel momento topico in cui si sceglievano sottofondi e letture. Sapevo di avere a disposizione solamente una prova per il mio estratto, che tra l’altro avevo cambiato all’ultimo istante. Non conoscevo la base musicale che mi avrebbe accompagnato e soprattutto non sapevo come sarebbe risultata la mia voce una volta uscita dagli altoparlanti.
Per eludere tutto questo avevo messo su la faccia di chi la sa lunga, di chi ha già vissuto altre esperienze mature dal punto di vista emozionale. Invece non era così, mentivo a me stesso.
Dopo la prova ero teso, avevo freddo e non ero convinto fino in fondo di cosa e quanto il pubblico avesse capito dal mio pezzo, soprattutto col mio timbro vocale.
Per eludere un’attesa snervane e anche i miei simpatici compagni d’avventura che nel frattempo trafficavano tra impianti luci, mixer, riproduttori musicali, computer e proiettore d’immagini, ho deciso di incrementare esageratamente la glicemia ingurgitando una squisita cioccolata al latte calda con spruzzi di gelato allo zabaione. Che, devo ammettere, ha svolto il suo compito in maniera egregia portandomi fino all’inizio dell’evento in maniera disinvolta, nemmeno avessi fumato della cannabis.
Anche come immagine e vestiario, qui devo essere sincero, pur avendo noi sei autori estrazione socioculturale diversa, siamo riusciti –involontariamente!- a risultare uniformi e casual, nessuno vestito da prim’ attore o da cerimonia ma nemmeno agghindati da falsi straccioni.
Insomma una certa linearità c’è stata, grazie al buon senso dei protagonisti.
Alla chetichella sono arrivati tutti: l’anfitrione, il deus ex machina –un Davide Bregola in versione abbronzata- e le quattro donne dannose.
La Chicca ha portato i segnalibri, bellissimi (mannaggia, non ne ho fregato nemmeno uno!), la Chiara un trolley pieno zeppo di libri, i nostri libri, la Marina elegantemente fasciata in un abitino grigio di lana e l’Antonella claudicante ma indispensabile con tanto di stampella e tutore alla caviglia. E’ giunto anche il presidente dell’ABEO col suo cartellone, gli opuscoli e il video da proiettare.
C’eravamo tutti e la sala non ha tardato a riempirsi di varia umanità, per lo più parenti e amici dei sei talenti letterari pronti ad esplodere.
E qui devo recitare un sentito atto di dolore. Con tutte le attenuanti del caso, s’intende. Tra influenze, malattie varie e impegni già presi, l’unico elemento che non è riuscito a portare nessun conoscente, ma dico proprio uno che fosse uno all’ex cinema, ora trasformato in sala d’ascolto e lounge bar, è stato il sottoscritto.
Nemmeno il tempo di guardare l’orologio e le luci si abbassavano sapientemente mosse da Marco Calzolari in sala regia per il fischio d’inizio della serata, regalato da Marina Di Pellegrini che annunciava tonica nel microfono il titolo della raccolta.
Chiara ha letto il primo racconto, quello appunto di Calzolari. E l’ha fatto talmente bene, immedesimandosi nella voce femminile protagonista, da lasciarmi di stucco.
Al segnale convenuto era partita la musica, subito attenuata per lasciar spazio alla voce narrante. Chiara leggeva seduta alla base del palco e quando la base è ripartita, come un giocatore di tennis, ha passato la palla a Claudio Dancelli, poggiato all’angolo del bancone bar.
Proprio in questo momento c’è stata l’unica impasse, l’unico piccolo affanno del nostro deejay. E’ partito col pezzo giusto ma poi è andato avanti e indietro, finendo per usare una base non preventivata. Un piccolo spavento e si è accorto subito dell’inghippo; i Massive Attack si sono srotolati con sicurezza ad accompagnare Claudio e il suo tè Dijaerling che all’Ale gli fa schifo.
Cambio di scena e lettura di Andrea Garbin dalla rampa, stessa mia postazione.
E’ cominciata con lui la serie di esordienti che parlano con la erre arrotolata (vale anche per Giovanni e me). Andrea ci ha raccontato dei suoi regali bastardi con la scorrevolezza tipica dei giovani poeti rampanti. Ancora cambio di musiche e il microfono è arrivato a Lorenzo Lodi Rizzini, seduto accanto a Chiara. Lei teneva il gelato e Lorenzo sfornava consigli da scrittore moderno di successo, sopra una base degna del miglior circo Togni.
E’ partita poi la quinta base, un vecchio pezzo di Tom Waits mentre da dietro la macchina del caffè spuntava Giovanni Mauro, a descriverci le variegate luminarie natalizie del suo Dono e la cuffietta da piccola andina della sorella del protagonista.
Le letture sono scivolate via veloci, forse più di quanto fosse programmato. E’ stato un bene, non avevamo tanto tempo e risparmiare secondi non poteva che giocarci a favore, anche in relazione alla pazienza degli spettatori.
In tutto questo, Calzolari, una volta sistemate le giuste luci e accesa la rotazione di immagini in bianco e nero (per lo più toccanti panorami padani innevati e scene da baraccopoli dell’America latina), è sceso con macchina fotografica ad investire di flash non soltanto gli esordienti impegnati ma anche le signore a gambe accavallate sui divanetti neri.
Qualcuno mi ha passato il microfono: toccava a me. Ho sentito la musica cambiare, ma non sapevo davvero quando dovevo attaccare. Ho aspettato qualche secondo e ho visto il pubblico voltarsi sugli sgabelli verso la mia figura violacea, illuminata dall’occhio di bue dalla rampa. Ho deciso di partire. Il deejay ha abbassato il volume al momento giusto e le parole mi sono uscite limpide. Nel petto batteva una corazzata, la testa roteava e dovevo tenere il segno con la punta dell’indice, nemmeno fossi alle elementari!
Sperando di essere risultato chiaro e non aver corso troppo ho chiamato alla vita il mio narratore, ingabbiato in uno stato comatoso ma pur sempre vigile. Mi sono chiesto, leggendo le frasi tratte dal mio racconto, quanto avranno capito veramente in quei momenti gli spettatori che mi osservavano?
Ho terminato con le ginocchia di burro.
Chiara ha poi recitato, con voce suadente e ritmo acconcio, l’intero brano di Davide Bregola, il cameo.
Sono invidioso di come legge questa ragazza. Avessi io una cadenza del genere: sicura, senza tentennamenti, voce cristallina, priva d’inflessioni. Mi sembra di stare anni luce indietro. Io parlo quasi traducendo termini dai dialetti padani.
Ho scoperto poi, terminata l’esibizione, che ciò che per me risulta pessimo e cioè il modo d’esporre, ha avuto invece più di un apprezzamento. Sarà stata la mia spontaneità o la stramba parlata che faceva sorridere il padre di Claudio?
A cose fatte la musica si è fermata. Toccava all’Associazione Bambino Emofiliaco Oncologico. Il presidente della sezione mantovana, il sig. Vanni Corghi, ci ha illustrato con fare disinvolto la nascita, le finalità e le opere messe in piedi da questa società che opera solidalmente e concretamente nelle pediatrie degli ospedali, a favore non soltanto dei bambini ammalati ma anche supportando i genitori.
Mi sono sentito coinvolto, non solamente come padre di due bambine. La cosa è sembrata ben inserita all’interno della nostra installazione e credo fermamente che la scelta di questa associazione sia stata quanto mai indovinata.
Era tempo di riunirsi sul palco. Bregola con un cappello iniziale ha parlato della nostra freschezza artistica e letteraria. Ci ha spronato a proseguire sul cammino aperto da questa pubblicazione. Ha circumnavigato intorno ai vari corsi di scrittura svolti in questi anni e ha ricordato quanti appassionati siano transitati per i suoi laboratori creativi.
Finito il pistolotto ci ha ha domandato: da cosa nasce l’idea del vostro racconto?
Calzolari ha parlato di una telefonata origliata come spunto per la sua storia; Lorenzo ha chiamato in causa i media, la subdola televisione e i nuovi mostri sacri della letteratura, ormai divenuti personaggi pubblici e icone di un certo tipo di cultura fast-food che pensa soltanto ai profitti; Giovanni ha interpretato il suo racconto come una favola che gli girava in testa e che ad un certo punto ha dovuto trascrivere, come per dovere di cronaca; io ho spiegato come il cuore della mia novella sia una storia realmente avvenuta nel mio paese e di come io l’abbia estrapolata dai racconti degli anziani e ricucita su altre immagini da me costruite. Quando ho dovuto rispondere mi è preso lo stesso fremito del debutto. Il cuore ha ricominciato a galoppare e non riuscivo a focalizzare i volti di chi mi sedeva difronte. Così facendo ho preso a fissare un punto a caso e a parlare come se dovessi descrivere particolari anatomici, parti di vestiti, pavimento e scarpe. Il fatto, però, che qualcuno sorridesse o addirittura ridesse ai miei discorsi mi metteva di buon umore.
Claudio ci ha parlato dell’idea base del suo racconto: gli scambi di doni, molte volte inutili, che avvengono tra amanti e persone legate sentimentalmente. L’ultimo è stato Andrea Garbin ha descritto, davanti ad un Bregola particolarmente spumeggiante e ironico, la scintilla da cui è scattata la caccia ai regali bastardi. E’ stata una sorta di gioco in cui lo scrittore si è inventato un gruppo di vicini così perfidi da doverli punire facendogli dispetti proprio nel periodo natalizio con omaggi particolarmente compromettenti.
Finito questo primo giro di domande, il nostro docente si è chiesto cosa ci abbia spinto a scrivere, noi così variegati per cultura, estrazione sociale e lavorativa.
E qui ognuno ha descritto in termini personali la passione che lo spinge, che gli fa sottrarre ore al sonno e alla famiglia, alle necessità anche fisiche, per tradurre le idee in vere storie su carta.
Poi applausi, luci accese, strette di mano e aperitivi. Alcolici e non, intendiamoci, con patatine, stuzzichini e tartine varie.
Tutto bello, tutto al posto giusto e con il pubblico che conversava con gli autori del libro. Una fusione che dava giusto termine alla performance visiva e auditiva. La parola fine scritta davanti al bancone del bar, in compagnia, ad autografare copie con dediche poco originali inventate sul momento.
E con questo scioglimento si sono abbassate le endorfine, la paura scemata e l’adrenalina tornata ai giusti valori.
Poi c’è stata la cena di cui ho parlato in apertura, e di cui non parlerò mai più.
Matteo
Un pugno di racconti che non spiegano, non celebrano, non consolano.
Il Natale è lo scenario comune su cui si disegnano le storie di questa raccolta. Qui non si parla della festa religiosa o dei buoni sentimenti, ma di qualcosa che riguarda tutti. Di relazioni fra le persone. Per saperne di più...
Transeuropa Libri
2008
Pag. 133 - 13€
Codice ISBN: 9788875800253
anto
Febbraio 29th, 2008 at 15:00
Che dire? Bravi, bravissimi, tutti quanti.
e qui vi anticipo che il Milani, sentito ieri, transiterà per Firenze, alle Giubbe Rosse.
Ma chi scriverà qualcosa in più del cameriere baffuto, maniacale, nel senso orario e antiorario, delle ordinazioni e della disposizione dei cappotti?
sarebbe un gran bel leggere!
anto