Sei (quasi) esordienti alle prese con il periodo più abusato dell’anno
Si viaggiò per due ore sulla Brennero elucubrando cenci di fantomatiche situazioni che dalle Giubbe ci avrebbero portati alla fama d’oltralpe. Ben prima di giungere a Pegognaga il buon Claudio s’era inoltrato in un discorso alquanto curioso; diceva che il Matteo s’era preso vezzo di scrivere solo per scaricare con carta e inchiostro le sue pulsioni sessuali, e da lì era nata tutta la sua passione per la narrazione. Non che fosse divenuto un esperto, come noi neanche d’altronde, nessuno lo era, però quella sua passione l’aveva spinto ad esplorare nuovi accampamenti, speranzoso di cattare su qualche altro compagno con cui condividere esperienze. Di compagni ne trovò cinque, il Claudio era uno di questi, e noi si pensava che in sei dopotutto si formava un bel gruppo. Mancava però il Giovanni durante il viaggio: lui s’era fatto avanguardia -falconiere qual’era- e s’era preso la briga d’accollarsi un viaggio in solitaria; avrebbe controllato il terreno di battaglia, scavato le trincee e creato la ben giusta propaganda prima del nostro arrivo, così noi, ci sarebbe rimasta appena l’ora dell’attacco. L’Andrea invece veniva dalla poesia, qualche evento organizzato fuori provincia, un libercolo pubblicato nella capitale, un po’ di vino e qualche acciacco dovuto all’inesperienza della prosa, tutte puttanate che però l’avrebbero formato e preparato al campo di battaglia. Il Lorenz aveva invece di buono che lui, con la sua scaltrezza, una battaglia l’aveva già combattuta. Sì, lui era uno di quelli che avevano combattuto giù nella Mancia, e pare, dicono, che recentemente sia riuscito a bloccare quegli sfacciati dei Mulini anche là nella scapestrata Sardinia. Anche lui comunque non era dei nostri. S’era preferito la via ferrata perché doveva progettare tutto senza essere avvistato dal nemico. C’era però con noi il Marco, quello dai baffetti alla Lemmy e che temeva sempre che tutto finisse in acqua sotto un cielo di nubi cupe quanto le nostre spalle; lui, per premunirsi, s’era armato di doppietta giallo canarino.
A Firenze giungemmo con ancora a mente la battaglia di Montichiari. Là il nemico era stato silenzioso, spiazzando le nostre menti, ma le nostre bocche non s’erano affatto taciute! Spigliate e scanzonate s’erano fatte sarcastiche canzonatrici, ma il nemico, quel bastardo s’era fatto muro per tutta la battaglia e noi era come da sconfitti che c’eravamo sentiti.
In Piazza della Repubblica avvistammo le Giubbe Rosse che se ne stavano rannicchiate nell’angolo, in agguato sembravano. Fu là che si riunì la compagnia e il Giovanni, completato il rastrellamento d’avanguardia ci raggiunse, mentre il Lorenz poco dopo, ma giusto pur lui per farsi dare la prima rastrellata nelle chiappe sul terreno del polacco Paskowski. Di fronte, da Edison, le nostre bandiere erano state esposte come feticci, monito per i nemici: lì, se fossero passati, se la sarebbero vista col nostro verbo, quei sudici. Nel mezzo, la giostra di cavalli pareva una trottola di schiavi.
Fu poi alle diciotto che ci si avvicinò all’ingresso del locale, e lì, tutti curiosi di vedere quel pezzo di storia che sarebbe divenuto anche bagaglio di nostra esperienza, venimmo raggiunti dal capo squadra Massimo. Il Max lo si chiamava. Alcuni di noi se l’erano già sentito nominare, nessuno però se l’era visto dal vero, tranne quel farabutto d’un falconiere del Giovanni. Che il Lorenz era solito chiamarlo a Giovà, quel farabutto! Il Max invece, ah! Si dimostrò combattente nato, quel diavolo d’uomo tutto d’un tocco che sapeva proferire il verbo come meglio nessun’altro avrebbe potuto tra noi. Ci diede alcune dritte, e si può dire che ci fece entrare a nostro agio sul campo di battaglia. Lui sì che s’era fatta sua l’arte della creatività, mica come noi poveri scacciapietre, che per averci una sola idea di quelle toste s’era voluto tutto il viaggio a partire da Montichiari. Gli ci vollero appena quei dieci minuti per pigliare qualche scragna, impilarla, infilarci al di sopra due fuochi e contornare il tutto coi libercoli dannosi. Ah! Lì, è proprio vero, il nemico se la sarebbe pisciata sotto di tutta santa ragione. E noi sì che s’era rimasti di vero stucco a guardarci allibiti come poveri incapaci che si sentono al livello della terra calpestata dalle vacche. Fatto sta che il Max ci aveva dato coraggio. Poi il Giulio, lui che ci aveva addestrati, se l’era preso in parte e i due s’erano stretti a discutere le loro strategie del verbo.
La battaglia s’era fatta perfetta, il Max che partì d’avventura improvvisando la nostra incursione successiva, noi che poi ci s’era messi a proferire ognuno il proprio brano con tono deciso e infine ancora il Max che con il Giulio s’aveva preso a dibattere d’interessanti strategie. Un successo fu il risultato. Un vero successo.
Quando la battaglia finisce noi uomini ci si chiede se c’avessimo le palle di fare tutto da soli, ma la verità è che senza il Max e il Giulio a farci da guide forse non s’avrebbe vinto, forse come in terre bresciane avremmo lasciato trionfare il nemico silenzioso, ma poco importa, ora eravamo vittoriosi, trionfanti, sorridenti. Si prese tutti l’aperitivo per brindare al risultato. Alcuni, come il Marco, non si riuscì a separarci dalle amate birre, e alla fine, tutti a tavola imbandita, facemmo dei piatti un unico ammasso di ferraglia sgombra.
Quando vinci una battaglia così, non resta che andarsene in coro nella tenda del Max. Solo lì, tra vodka, grappa e Ballantines, sanno sorgere discorsi intricati, battute secolari, solo lì l’obbiettivo diviene più alto, si affilano le armi, le lame si fanno taglienti e si accende, luminosa, l’idea d’una rivoluzione.
Un pugno di racconti che non spiegano, non celebrano, non consolano.
Il Natale è lo scenario comune su cui si disegnano le storie di questa raccolta. Qui non si parla della festa religiosa o dei buoni sentimenti, ma di qualcosa che riguarda tutti. Di relazioni fra le persone. Per saperne di più...
Transeuropa Libri
2008
Pag. 133 - 13€
Codice ISBN: 9788875800253
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