Sei (quasi) esordienti alle prese con il periodo più abusato dell’anno
Si viaggiò per due ore sulla Brennero elucubrando cenci di fantomatiche situazioni che dalle Giubbe ci avrebbero portati alla fama d’oltralpe. Ben prima di giungere a Pegognaga il buon Claudio s’era inoltrato in un discorso alquanto curioso; diceva che il Matteo s’era preso vezzo di scrivere solo per scaricare con carta e inchiostro le sue pulsioni sessuali, e da lì era nata tutta la sua passione per la narrazione. Non che fosse divenuto un esperto, come noi neanche d’altronde, nessuno lo era, però quella sua passione l’aveva spinto ad esplorare nuovi accampamenti, speranzoso di cattare su qualche altro compagno con cui condividere esperienze. Di compagni ne trovò cinque, il Claudio era uno di questi, e noi si pensava che in sei dopotutto si formava un bel gruppo. Mancava però il Giovanni durante il viaggio: lui s’era fatto avanguardia -falconiere qual’era- e s’era preso la briga d’accollarsi un viaggio in solitaria; avrebbe controllato il terreno di battaglia, scavato le trincee e creato la ben giusta propaganda prima del nostro arrivo, così noi, ci sarebbe rimasta appena l’ora dell’attacco. L’Andrea invece veniva dalla poesia, qualche evento organizzato fuori provincia, un libercolo pubblicato nella capitale, un po’ di vino e qualche acciacco dovuto all’inesperienza della prosa, tutte puttanate che però l’avrebbero formato e preparato al campo di battaglia. Il Lorenz aveva invece di buono che lui, con la sua scaltrezza, una battaglia l’aveva già combattuta. Sì, lui era uno di quelli che avevano combattuto giù nella Mancia, e pare, dicono, che recentemente sia riuscito a bloccare quegli sfacciati dei Mulini anche là nella scapestrata Sardinia. Anche lui comunque non era dei nostri. S’era preferito la via ferrata perché doveva progettare tutto senza essere avvistato dal nemico. C’era però con noi il Marco, quello dai baffetti alla Lemmy e che temeva sempre che tutto finisse in acqua sotto un cielo di nubi cupe quanto le nostre spalle; lui, per premunirsi, s’era armato di doppietta giallo canarino.
A Firenze giungemmo con ancora a mente la battaglia di Montichiari. Là il nemico era stato silenzioso, spiazzando le nostre menti, ma le nostre bocche non s’erano affatto taciute! Spigliate e scanzonate s’erano fatte sarcastiche canzonatrici, ma il nemico, quel bastardo s’era fatto muro per tutta la battaglia e noi era come da sconfitti che c’eravamo sentiti.
In Piazza della Repubblica avvistammo le Giubbe Rosse che se ne stavano rannicchiate nell’angolo, in agguato sembravano. Fu là che si riunì la compagnia e il Giovanni, completato il rastrellamento d’avanguardia ci raggiunse, mentre il Lorenz poco dopo, ma giusto pur lui per farsi dare la prima rastrellata nelle chiappe sul terreno del polacco Paskowski. Di fronte, da Edison, le nostre bandiere erano state esposte come feticci, monito per i nemici: lì, se fossero passati, se la sarebbero vista col nostro verbo, quei sudici. Nel mezzo, la giostra di cavalli pareva una trottola di schiavi.
Fu poi alle diciotto che ci si avvicinò all’ingresso del locale, e lì, tutti curiosi di vedere quel pezzo di storia che sarebbe divenuto anche bagaglio di nostra esperienza, venimmo raggiunti dal capo squadra Massimo. Il Max lo si chiamava. Alcuni di noi se l’erano già sentito nominare, nessuno però se l’era visto dal vero, tranne quel farabutto d’un falconiere del Giovanni. Che il Lorenz era solito chiamarlo a Giovà, quel farabutto! Il Max invece, ah! Si dimostrò combattente nato, quel diavolo d’uomo tutto d’un tocco che sapeva proferire il verbo come meglio nessun’altro avrebbe potuto tra noi. Ci diede alcune dritte, e si può dire che ci fece entrare a nostro agio sul campo di battaglia. Lui sì che s’era fatta sua l’arte della creatività, mica come noi poveri scacciapietre, che per averci una sola idea di quelle toste s’era voluto tutto il viaggio a partire da Montichiari. Gli ci vollero appena quei dieci minuti per pigliare qualche scragna, impilarla, infilarci al di sopra due fuochi e contornare il tutto coi libercoli dannosi. Ah! Lì, è proprio vero, il nemico se la sarebbe pisciata sotto di tutta santa ragione. E noi sì che s’era rimasti di vero stucco a guardarci allibiti come poveri incapaci che si sentono al livello della terra calpestata dalle vacche. Fatto sta che il Max ci aveva dato coraggio. Poi il Giulio, lui che ci aveva addestrati, se l’era preso in parte e i due s’erano stretti a discutere le loro strategie del verbo.
La battaglia s’era fatta perfetta, il Max che partì d’avventura improvvisando la nostra incursione successiva, noi che poi ci s’era messi a proferire ognuno il proprio brano con tono deciso e infine ancora il Max che con il Giulio s’aveva preso a dibattere d’interessanti strategie. Un successo fu il risultato. Un vero successo.
Quando la battaglia finisce noi uomini ci si chiede se c’avessimo le palle di fare tutto da soli, ma la verità è che senza il Max e il Giulio a farci da guide forse non s’avrebbe vinto, forse come in terre bresciane avremmo lasciato trionfare il nemico silenzioso, ma poco importa, ora eravamo vittoriosi, trionfanti, sorridenti. Si prese tutti l’aperitivo per brindare al risultato. Alcuni, come il Marco, non si riuscì a separarci dalle amate birre, e alla fine, tutti a tavola imbandita, facemmo dei piatti un unico ammasso di ferraglia sgombra.
Quando vinci una battaglia così, non resta che andarsene in coro nella tenda del Max. Solo lì, tra vodka, grappa e Ballantines, sanno sorgere discorsi intricati, battute secolari, solo lì l’obbiettivo diviene più alto, si affilano le armi, le lame si fanno taglienti e si accende, luminosa, l’idea d’una rivoluzione.
Bèh, una cosa la posso dire con certezza: non saremo mai buoni venditori!
Magari ognuno di noi sei (includo anche Claudio) sarà sicuramente bravo nel proprio mestiere, su questo non metto in dubbio. Ma prendo atto che in fatto di marketing siamo delle schiappe.
Su come scriviamo e sulla qualità dei nostri racconti lascerei giudicare il pubblico, ma quello di sabato non potrà farlo semplicemente per un triste dato statistico: libri venduti zero.
E’ una cosa sconsolante, in fondo, se ci si pensa. Ma non inusuale, anzi.
Un mio amico poeta dialettale mi raccontava, l’altra mattina a colazione, che all’ultima presentazione del suo libro in un comune del mantovano erano presenti sei persone, comprese le sue due sorelle con rispettivi consorti.
Ecco, da quel punto di vista ci possiamo consolare. Penso che, tra parenti, conoscenti e i ritardatari (almeno un gruppo variegato e poco propenso alla cultura, secondo me, tutt’al più al contenuto etilico dell’aperitivo) nel seminterrato del Galeter sabato ci saranno state una ventina di persone.
Di cui uno sicuramente competente, ma forse poco interessato agli esordienti.
L’appunto più umiliante, non so però da quale punto di vista, se nostro che in fondo ci siamo spiegati male o suo che ha avuto una bella faccia tosta, è stato il tentativo di un solitario barbone di volersi accaparrare il nostro libro di racconti con una questua, una offerta libera di beneficenza di due monete come s’usa fare alle feste dell’Unità oppure in chiesa per le candele.
Ecco, io mi sono sentito mortificato. Ma cosa è contata tutta la presentazione, il tappeto musicale, la disposizione finta casuale degli autori tra il pubblico, le letture, la performance a getto libero dei cinque esordienti sul palchetto nel perorare la causa della scrittura, della narrativa e della solidarietà, se poi nessuno dei presenti (esclusi parenti che hanno già avuto modo di leggere il libro) si è sentito in dovere o almeno interessato all’acquisto di un così grande capolavoro?
Una giustificazione ce l’abbiamo, anche nei confronti della biondina con coda di cavallo e scarpette rosse che, come un segugio in traccia nel bosco, era giunta lì per ascoltare il suo idolo: mancava la guest star, l’unico professionista del gruppo, il mentore. Davide Bregola.
Lui era la calamita attorno a cui doveva gravitare l’intera messa in scena, l’astro a cui noi, satelliti e pianeti che non brillano di luce propria ma veniamo illuminati dovevamo orbitare intorno.
Scritto ciò mi sento già più lusingato, anche se non vuol essere una scusante. Già il posto era di difficoltosa rintracciabilità. Non che fosse un brutto locale, tutto il contrario, ma un attimino fuori mano di sicuro. E lo dico io che abito in una frazione sperduta nel fondo della campagna dove sembra che ogni via debba tuffarsi nel Po.
Ma comunque, nel bene e nel male, il pubblico c’era. E noi eravamo molto disinvolti, tanto che ogni lettura, dal mio orecchio sobrio e malaticcio, è apparsa migliore di quella originale.
Insomma l’impegno c’è stato ed è stato massimo. E anche la voglia di fare bene, la ricerca dei dettagli, l’accordatura tra brani musicali e tempi di lettura. Insomma noi eravamo oliati a dovere, anzi, alcuni di noi erano già anche ebbri al punto giusto (io non sono astemio, ma ho dovuto rinunciare) e anche la discussione finale mi è sembrata piuttosto articolata.
Sono mancate due cose, fondamentalmente: una guida, almeno nel dettare i temi della discussione e, soprattutto, un contraddittorio serio con la platea, che fortunatamente aveva la nostra massima disponibilità al dialogo. Invece nulla, fili di parole anche divertenti, magari scelte con cura, su vari argomenti letterari, ma dall’altra parte dei tavolini nulla. Neanche un danno, se non quello della nostra narrativa che ci portiamo dietro come associazione e come stile di vita e di scrittura.
Il termine che mi sovviene è cani sciolti. Un branco di discreti oratori che però, senza il cane guida, si trova nel deserto di un pubblico poco attento, o poco interessato, o poco disponibile e non sa conquistarlo, renderlo partecipe del progetto. Soprattutto non sa fargli tirare fuori il portafoglio.
Mi dispiace che nemmeno il giornalista presente, un uomo competente che sembrava uscito (come moda) dagli anni 80, abbia avuto il merito o il coraggio di farci alcune domande. Magari serviva soltanto un gancio per poter invischiare anche altre persone nei discorsi, nella discussione che non era assolutamente su livelli elevati. Noi, comunque, il nostro dovere l’abbiamo fatto. E senza danni.
Talvolta questo recensore letterario si sente un po’ come Anton Ego, l’ineffabile critico gastronomico di Ratatouille, quando si trova a difendere la vera cucina (che venera) contro gli attacchi indiscriminati di nuovi volgari millantatori.
Ieri sera al Galetèr di Montichiari si è celebrato il funerale della poesia, l’orrenda pira della parola scritta, la solenne presa in giro di quanti hanno voluto assistere alla presentazione della antologia ‘Per Natale Non Esco’ a cura di Scritture Dannose di Mantova. Potremmo sintetizzare nelle parole di uno dei pochi spettatori presenti (-Me gh’if ciapà par el cù!-) l’esito della infame serata ma il dovere di cronaca ci impone di ritornare a quelli che nonostante le poche ore trascorse, sono già fra i peggiori e più penosi ricordi della nostra umile carriera. Giungevamo sul posto quando i cinque autori erano già saldamente aggrappati a svariate bottiglie di birra, presentando pertanto un livello di coscienza attestato attorno a 2-3 sulla Glasgow Coma Scale, ma spesso le kermesses letterarie ci hanno abituato a questo increscioso spettacolo, per cui non ci siamo formalizzati. Apprendevamo subito che lo scrittore Bregola, da sempre accorto amministratore della propria immagine pubblica, aveva abbandonato al proprio destino quelli che un po’ incautamente aveva in passato definito ‘I miei allievi migliori’. In una recente intervista a Telereggio, ha invece smentito questa imprudente affermazione, dichiarando di non aver mai conosciuto il gruppo, ma che Calzolari gli deve ancora 150 euro e che si decidesse prima o poi. Tant’è. Quando ormai il livello etilico stava raggiungendo la soglia di guardia una musica ipnotica ha dato il segnale di inizio delle letture. Ben conoscendo la sciagurata propensione del Mauro a incasinare il mixer, questa volta gli scrittori lo hanno bloccato su un divanetto accanto a un bicchiere di prosecco in cui erano state prudenzalmente versate 45 gocce di xanax. Buona idea giacchè questa volta la colonna sonora non ha subito intoppi mentre, dopo aver letto il brano di Dancelli ed il proprio, lo scrittore trovava una posizione comoda fra i cuscini e si metteva a russare, svegliandosi solo per la deprecabile discussione finale di cui riferiremo fra un attimo. I gradevoli testi letti mentre immagini suggestive scorrevano sullo schermo avevano fatto sperare al vostro cronista una serata perlomeno intrigante. Speranza subito delusa quando i cinque si sono presentati sul palco per la discussione. E’ stato subito chiaro che lo stato di coscienza alterato degli esordienti era ormai fuori da qualsiasi controllo o inibizione. Sgangherate affermazioni, sghembe petizioni di principio, grossolane battute, volgari accenni ai ritratti di nudi di donna appesi alle pareti sono solo alcuni e fra i più riferibili frammenti che riporto di questa serata da incubo. Lodi Rizzini indicando questo o quello spettatore non faceva mistero della propria propensione per la satira sociale. Memorabile -e irriferibile- la battuta somministrata alla ammiratrice di Bregola, delusa per la assenza del proprio scrittore preferito. Garbin intanto osservava nervosamente la finestra ben sapendo che al piano di sopra lo attendeva con la scimitarra da sommelier la signora Valeria giustamente infuriata per aver messo a disposizione il proprio grazioso locale all’ignobile farsa. Il povero Ongari, che sinceramente ci è apparso un po’ fuori posto in questo collettivo psicotico, ha cercato di illustrare la propria poetica rurale con appropriate osservazioni, ma veniva costantemente sabotato dai commenti al vetriolo del Calzolari, vero brigatista della parola, sinchè l’Ongari sbuffava un ma va da via i ciap, che suggellava la chiusura della discussione. Gli scrittori intraprendevano allora una gara di tiro a segno con le arachidi sul pubblico che rumoreggiando cercava di aggredirli, ma veniva respinto e indirizzato a colpi di libri verso le uscite di sicurezza.
Che dire a conclusione? Che quando l’egocentrismo, la propensione etilica e la disconoscenza non si dice della grammatica, ma delle più elementari regole del vivere civile, nonchè della igiene personale si ritrovano tutte insieme in sedicenti autori è proprio allora che la scrittura può definirsi -e a buon titolo- dannosa.
Ricordo che anni fa qualcuno mi disse di stare attento ai libri e alla loro dannosità. Allora non potevo capire. Presi un libro dallo scaffale e iniziai ad osservarlo. Sfogliai alcune pagine, guardai in ogni angolo, dalla prima alla quarta di copertina, tra i ringraziamenti e persino mi avventurai sotto il bollino della siae convinto che vi avrei trovato un intero mondo di dannosità. Naturalmente non trovai nulla è così mi convinsi che il lato dannoso dei libri stava nella loro magnifica capacità di starsene racchiusi in otto spigoli cartacei.
Ci sono voluti quasi dieci anni di tentativi per capire il significato di quelle parole e prontamente, alle prime pubblicazioni tutta la dannosità dei libri è fuoriuscita dalle pagine e ha preso a girare vorticosamente nell’aria intorno a me.
Quando sabato siamo entrati al LUDAS, posso assicurarvi che nessuno era preoccupato. Tutti tranquilli e rilassati. Quasi scazzati. Sulle prime abbiamo iniziato a bighellonare qua e là per il locale, escluso il buon Giovanni che è partito subito in direzione del mixer invitando gli altri a prepararsi per la prova. Ricordo a un certo punto una dannosa quatta quatta avvicinarsi al palco dove noi riuniti ad ascoltarla dire “ciao ragazzi, siete tesi?”
Ecco la frittata!
Matteo rispondere “no son tranquillissimo”
Ed io “veramente non c’avevo nemmeno pensato” cacchio, pensai.
Mentre gli altri nemmeno ad ascoltare le nostre parole. Insomma un livello di tensione inesistente.
E’ da quel preciso istante che il lato dannoso dei libri si fatto vedere. È uscito allo scoperto come una volpe affamata. Come un vampiro assetato di sangue. Del nostro sangue dannoso. Qualcuno dice di avere avuto il cuore a mille. Altri, come accaduto a Marco, hanno subito la sorte della malattia e per l’occasione perduto la voce, si sono ristretti tra le spalle ed una sciarpa inzuppata di scorie nasali, sino a raggiungere il livello di appannamento delle lenti.
Giuro d’averlo sentito, il Marco, gridare a tutta voce “datemi una birra! Senza non inizio nemmeno!”
A dirla tutta la secchezza delle fauci ha conquistato pure le mie papille. Deve essere accaduto a meno di mezzora dall’inizio della nostra prova. E sapete com’è in quei casi. Una parola a destra, una parola a sinistra, una domanda al collega e un saluto all’amico e le luci si spengono, cala il sipario e il pubblico ti attende ad occhi spalancati.
Tra una lettura e l’altra, e pure durante, se ne sono viste di tutte. Alcuni, io e Claudio – mi pare nessun altro – hanno steccato la lettura. La musica si è inceppata almeno una volta. Ma forse il pubblico danneggiato dalla dannosità dei libri nemmeno se n’è accorto. Altri, lo so, lo credo… anzi ne sono certo, hanno scambiato Lorenzo per un coniglio sordo-muto, per non parlare di coloro che hanno visto in me un dispensatore di regali e in Giovanni il barista del locale, nonché la figura di Picasso.
Che dire ragazzi? Il cuore ha retto. Un libro non può certo essere più dannoso quanto alcune emozioni. Ma un libro ti può ridurre gli occhi a due polpette, o i polpastrelli a tanti piccoli tentacoli incalliti. Può farti il culo quadrato, le spalle concave, renderti le ginocchia deboli. Ti può far perdere il contatto con la realtà. Un libro conosce mille modi per recarti danno, sia che tu lo legga, sia che tu sia quella sottospecie di figura seduta che lo scrive.
Sabato si sono anche visti tentativi di dibattiti Lorenziani sventati dalla prontezza dei riflessi Dancelliani seguiti da un rapido assalto agli aperitivi e alle impressioni a caldo della presentazione. Un libro può portare a compiere anche gesti estremi. Un libro, se di una raccolta di racconti si tratta, può possedere un lato dannoso estremamente potenziato. Provate ad immaginare sei persone, sei esseri umani danneggiati dai libri, sei individui che tutti i giorni combattono con le parole. Il risultato lo si è visto sabato. Il giorno dopo il nostro fisico ne risente. Il giorno dopo il pubblico attento, ne risente mentalmente. Il risultato lo potrete trovare nelle pagine del libro. Ma fate attenzione, come tutti i libri, anche questo può recar danno. Raccomandazioni: non leggere più di tre volte. Alla quarta potreste credervi protagonista di uno dei racconti.
Comincerei col sottolineare che questo dovrebbe essere uno scritto serio quindi, se a qualche lettore scapperà un sorriso, vorrà dire che avrò fallito nell’intento.
Detto ciò, partirei dal fondo, anzi dalla fine.
Non so gli altri debuttanti, ma la mattina dopo, quando alle sette è suonata la sveglia e dovevo accompagnare mia figlia a sciare, avevo la pessima sensazione di aver sognato tutta notte la stessa scena. Lo ho detto anche a mia moglie.
Ora mi si dirà che l’adrenalina a volte gioca brutti scherzi.
Io invece imputerei gran parte di quegli incubi a base di letture e scorci di libri fluttuanti nella mente alla putrescina, componente certo basilare dei fagioli che guarnivano le tagliatelle mangiate al ristorante. Si dice che tale sostanza abbia effetti allucinogeni, oltre al creare gas nell’apparato intestinale, favorendo così le spinte peristaltiche.
Probabilmente quella proteina, associata al Valpolicella ripasso, unita alla torta Elvezia (preparata con chissà quale additivi) ha dato adito alle mie paturnie nottambule.
Certo, una dose di colpa spetta al cameriere, ammalato di guardarobite acuta e fissato maniacalmente con ordinazioni in rigoroso senso orario. Lui e solo lui, con i suoi baffoni grigi e l’espressione burbera nei modi deve aver scosso involontariamente il mio inconscio.
In ultima analisi ho sognato tutta quanta la rappresentazione, dal primo istante fino agli applausi finali ripetuta come in un loop infinito, giri di parole e frasi che ad un certo punto sembravano risucchiarmi in un vortice senza uscita.
Quando Bregola ci ha chiesto per quale motivo abbiamo scelto di scrivere e se attualmente stiamo completando qualcosa di leggendario, che so, un romanzo che diventerà pietra miliare della letteratura o racconti sapidi e originali come nemmeno Buzzati o Fenoglio sapevano imbastire, ho pensato subito al povero Calzolari.
Intendiamoci, povero, non perché avesse febbre e abbassamento di voce nè perché ne disprezzi le caratteristiche intellettuali, tutt’altro; ma perché era l’ultimo della fila, il sesto elemento sul palco a dover rispondere ad una domanda così epocale. Fossi stato in lui avrei fatto scena muta, già sopraffatto dalle argute risposte degli altri cinque giovani (non in senso anagrafico beninteso- Bregola docet- ma giovani di pubblicazioni) in cerca di fortuna.
E lui, devo ammettere, se l’è cavata piuttosto bene, soprattutto svicolando il discorso.
Ecco, a quel punto la performance stava volgendo al termine e c’era rilassatezza. Non certo da parte mia comunque: ritrovatomi col microfono in mano mi sentivo peggio che all’esame di maturità. Si ok, non c’era un gran pubblico, ma per una persona non avvezza alla platea -per quanto risicata- in attesa di chissà quali rivelazioni o magari frasi prosaiche nemmeno tu fossi un Oscar Wilde qualunque a sfornare aforismi come bruscolini, è difficile tenere banco e non sparare frasi a casaccio sull’onda emotiva.
Chiudendo il preambolo – e siamo ancora nel campo insulso delle scusanti, nella galassia delle generalizzazioni – potremmo fare un piccolo sommario in forma soggettiva di come si è dipanata l’esibizione del celeberrimo “per natale non esco”.
La prima emozione ad arrivare è stata la paura.
Mi ritrovavo a Mantova, ad un’ora dalla presentazione ufficiale del libro, e non avevo mai provato nulla. Per mia sfortuna ero stato abbattuto dall’influenza proprio nel momento topico in cui si sceglievano sottofondi e letture. Sapevo di avere a disposizione solamente una prova per il mio estratto, che tra l’altro avevo cambiato all’ultimo istante. Non conoscevo la base musicale che mi avrebbe accompagnato e soprattutto non sapevo come sarebbe risultata la mia voce una volta uscita dagli altoparlanti.
Per eludere tutto questo avevo messo su la faccia di chi la sa lunga, di chi ha già vissuto altre esperienze mature dal punto di vista emozionale. Invece non era così, mentivo a me stesso.
Dopo la prova ero teso, avevo freddo e non ero convinto fino in fondo di cosa e quanto il pubblico avesse capito dal mio pezzo, soprattutto col mio timbro vocale.
Per eludere un’attesa snervane e anche i miei simpatici compagni d’avventura che nel frattempo trafficavano tra impianti luci, mixer, riproduttori musicali, computer e proiettore d’immagini, ho deciso di incrementare esageratamente la glicemia ingurgitando una squisita cioccolata al latte calda con spruzzi di gelato allo zabaione. Che, devo ammettere, ha svolto il suo compito in maniera egregia portandomi fino all’inizio dell’evento in maniera disinvolta, nemmeno avessi fumato della cannabis.
Anche come immagine e vestiario, qui devo essere sincero, pur avendo noi sei autori estrazione socioculturale diversa, siamo riusciti –involontariamente!- a risultare uniformi e casual, nessuno vestito da prim’ attore o da cerimonia ma nemmeno agghindati da falsi straccioni.
Insomma una certa linearità c’è stata, grazie al buon senso dei protagonisti.
Alla chetichella sono arrivati tutti: l’anfitrione, il deus ex machina –un Davide Bregola in versione abbronzata- e le quattro donne dannose.
La Chicca ha portato i segnalibri, bellissimi (mannaggia, non ne ho fregato nemmeno uno!), la Chiara un trolley pieno zeppo di libri, i nostri libri, la Marina elegantemente fasciata in un abitino grigio di lana e l’Antonella claudicante ma indispensabile con tanto di stampella e tutore alla caviglia. E’ giunto anche il presidente dell’ABEO col suo cartellone, gli opuscoli e il video da proiettare.
C’eravamo tutti e la sala non ha tardato a riempirsi di varia umanità, per lo più parenti e amici dei sei talenti letterari pronti ad esplodere.
E qui devo recitare un sentito atto di dolore. Con tutte le attenuanti del caso, s’intende. Tra influenze, malattie varie e impegni già presi, l’unico elemento che non è riuscito a portare nessun conoscente, ma dico proprio uno che fosse uno all’ex cinema, ora trasformato in sala d’ascolto e lounge bar, è stato il sottoscritto.
Nemmeno il tempo di guardare l’orologio e le luci si abbassavano sapientemente mosse da Marco Calzolari in sala regia per il fischio d’inizio della serata, regalato da Marina Di Pellegrini che annunciava tonica nel microfono il titolo della raccolta.
Chiara ha letto il primo racconto, quello appunto di Calzolari. E l’ha fatto talmente bene, immedesimandosi nella voce femminile protagonista, da lasciarmi di stucco.
Al segnale convenuto era partita la musica, subito attenuata per lasciar spazio alla voce narrante. Chiara leggeva seduta alla base del palco e quando la base è ripartita, come un giocatore di tennis, ha passato la palla a Claudio Dancelli, poggiato all’angolo del bancone bar.
Proprio in questo momento c’è stata l’unica impasse, l’unico piccolo affanno del nostro deejay. E’ partito col pezzo giusto ma poi è andato avanti e indietro, finendo per usare una base non preventivata. Un piccolo spavento e si è accorto subito dell’inghippo; i Massive Attack si sono srotolati con sicurezza ad accompagnare Claudio e il suo tè Dijaerling che all’Ale gli fa schifo.
Cambio di scena e lettura di Andrea Garbin dalla rampa, stessa mia postazione.
E’ cominciata con lui la serie di esordienti che parlano con la erre arrotolata (vale anche per Giovanni e me). Andrea ci ha raccontato dei suoi regali bastardi con la scorrevolezza tipica dei giovani poeti rampanti. Ancora cambio di musiche e il microfono è arrivato a Lorenzo Lodi Rizzini, seduto accanto a Chiara. Lei teneva il gelato e Lorenzo sfornava consigli da scrittore moderno di successo, sopra una base degna del miglior circo Togni.
E’ partita poi la quinta base, un vecchio pezzo di Tom Waits mentre da dietro la macchina del caffè spuntava Giovanni Mauro, a descriverci le variegate luminarie natalizie del suo Dono e la cuffietta da piccola andina della sorella del protagonista.
Le letture sono scivolate via veloci, forse più di quanto fosse programmato. E’ stato un bene, non avevamo tanto tempo e risparmiare secondi non poteva che giocarci a favore, anche in relazione alla pazienza degli spettatori.
In tutto questo, Calzolari, una volta sistemate le giuste luci e accesa la rotazione di immagini in bianco e nero (per lo più toccanti panorami padani innevati e scene da baraccopoli dell’America latina), è sceso con macchina fotografica ad investire di flash non soltanto gli esordienti impegnati ma anche le signore a gambe accavallate sui divanetti neri.
Qualcuno mi ha passato il microfono: toccava a me. Ho sentito la musica cambiare, ma non sapevo davvero quando dovevo attaccare. Ho aspettato qualche secondo e ho visto il pubblico voltarsi sugli sgabelli verso la mia figura violacea, illuminata dall’occhio di bue dalla rampa. Ho deciso di partire. Il deejay ha abbassato il volume al momento giusto e le parole mi sono uscite limpide. Nel petto batteva una corazzata, la testa roteava e dovevo tenere il segno con la punta dell’indice, nemmeno fossi alle elementari!
Sperando di essere risultato chiaro e non aver corso troppo ho chiamato alla vita il mio narratore, ingabbiato in uno stato comatoso ma pur sempre vigile. Mi sono chiesto, leggendo le frasi tratte dal mio racconto, quanto avranno capito veramente in quei momenti gli spettatori che mi osservavano?
Ho terminato con le ginocchia di burro.
Chiara ha poi recitato, con voce suadente e ritmo acconcio, l’intero brano di Davide Bregola, il cameo.
Sono invidioso di come legge questa ragazza. Avessi io una cadenza del genere: sicura, senza tentennamenti, voce cristallina, priva d’inflessioni. Mi sembra di stare anni luce indietro. Io parlo quasi traducendo termini dai dialetti padani.
Ho scoperto poi, terminata l’esibizione, che ciò che per me risulta pessimo e cioè il modo d’esporre, ha avuto invece più di un apprezzamento. Sarà stata la mia spontaneità o la stramba parlata che faceva sorridere il padre di Claudio?
A cose fatte la musica si è fermata. Toccava all’Associazione Bambino Emofiliaco Oncologico. Il presidente della sezione mantovana, il sig. Vanni Corghi, ci ha illustrato con fare disinvolto la nascita, le finalità e le opere messe in piedi da questa società che opera solidalmente e concretamente nelle pediatrie degli ospedali, a favore non soltanto dei bambini ammalati ma anche supportando i genitori.
Mi sono sentito coinvolto, non solamente come padre di due bambine. La cosa è sembrata ben inserita all’interno della nostra installazione e credo fermamente che la scelta di questa associazione sia stata quanto mai indovinata.
Era tempo di riunirsi sul palco. Bregola con un cappello iniziale ha parlato della nostra freschezza artistica e letteraria. Ci ha spronato a proseguire sul cammino aperto da questa pubblicazione. Ha circumnavigato intorno ai vari corsi di scrittura svolti in questi anni e ha ricordato quanti appassionati siano transitati per i suoi laboratori creativi.
Finito il pistolotto ci ha ha domandato: da cosa nasce l’idea del vostro racconto?
Calzolari ha parlato di una telefonata origliata come spunto per la sua storia; Lorenzo ha chiamato in causa i media, la subdola televisione e i nuovi mostri sacri della letteratura, ormai divenuti personaggi pubblici e icone di un certo tipo di cultura fast-food che pensa soltanto ai profitti; Giovanni ha interpretato il suo racconto come una favola che gli girava in testa e che ad un certo punto ha dovuto trascrivere, come per dovere di cronaca; io ho spiegato come il cuore della mia novella sia una storia realmente avvenuta nel mio paese e di come io l’abbia estrapolata dai racconti degli anziani e ricucita su altre immagini da me costruite. Quando ho dovuto rispondere mi è preso lo stesso fremito del debutto. Il cuore ha ricominciato a galoppare e non riuscivo a focalizzare i volti di chi mi sedeva difronte. Così facendo ho preso a fissare un punto a caso e a parlare come se dovessi descrivere particolari anatomici, parti di vestiti, pavimento e scarpe. Il fatto, però, che qualcuno sorridesse o addirittura ridesse ai miei discorsi mi metteva di buon umore.
Claudio ci ha parlato dell’idea base del suo racconto: gli scambi di doni, molte volte inutili, che avvengono tra amanti e persone legate sentimentalmente. L’ultimo è stato Andrea Garbin ha descritto, davanti ad un Bregola particolarmente spumeggiante e ironico, la scintilla da cui è scattata la caccia ai regali bastardi. E’ stata una sorta di gioco in cui lo scrittore si è inventato un gruppo di vicini così perfidi da doverli punire facendogli dispetti proprio nel periodo natalizio con omaggi particolarmente compromettenti.
Finito questo primo giro di domande, il nostro docente si è chiesto cosa ci abbia spinto a scrivere, noi così variegati per cultura, estrazione sociale e lavorativa.
E qui ognuno ha descritto in termini personali la passione che lo spinge, che gli fa sottrarre ore al sonno e alla famiglia, alle necessità anche fisiche, per tradurre le idee in vere storie su carta.
Poi applausi, luci accese, strette di mano e aperitivi. Alcolici e non, intendiamoci, con patatine, stuzzichini e tartine varie.
Tutto bello, tutto al posto giusto e con il pubblico che conversava con gli autori del libro. Una fusione che dava giusto termine alla performance visiva e auditiva. La parola fine scritta davanti al bancone del bar, in compagnia, ad autografare copie con dediche poco originali inventate sul momento.
E con questo scioglimento si sono abbassate le endorfine, la paura scemata e l’adrenalina tornata ai giusti valori.
Poi c’è stata la cena di cui ho parlato in apertura, e di cui non parlerò mai più.
Matteo
Un pugno di racconti che non spiegano, non celebrano, non consolano.
Il Natale è lo scenario comune su cui si disegnano le storie di questa raccolta. Qui non si parla della festa religiosa o dei buoni sentimenti, ma di qualcosa che riguarda tutti. Di relazioni fra le persone. Per saperne di più...
Transeuropa Libri
2008
Pag. 133 - 13€
Codice ISBN: 9788875800253